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La formazione storica del gruppo è composta da Boy George, Roy Hay, Michael Emile Craig e Jon Moss. Soprattutto nel periodo iniziale, sia in studio che dal vivo, si aggiungeva Helen Terry, quinto membro la cui appartenenza ufficiale al gruppo è stata spesso discussa, con opinioni discordanti. Prima della formazione dei Culture Club, George aveva cantato per breve tempo con il gruppo britannico dei Bow Wow Wow, con lo pseudonimo di ('Luogotenente Lush'), diventando piuttosto popolare con questo nome. Questo aveva causato malumori con l'intero gruppo, soprattutto con la cantante principale, Annabella Lwin. Dopo questa esperienza, conclusasi con il suo licenziamento ad opera del manager della band, Malcolm McLaren, che rivelerà poi che l'inserimento di George non aveva altro scopo che quello di scuotere la Lwin, George O'Dowd, ribattezzatosi Boy George, decise di avviare un suo gruppo. Il nome definitivo, Culture Club, suggerito dalle diverse origini dei quattro membri storici, rimpiazzò, su suggerimento di Moss, l'iniziale Sex Gang Children, poi ceduto a un'altra formazione. Il bassista giamaicano Mickey Craig si era unito a George, colpito dalla sua immagine stravagante dopo averlo visto sulla copertina di una rivista di moda. Insieme arruolarono poi il batterista e percussionista anglo-ebreo Jon Moss e infine il chitarrista e tastierista anglo-sassone Roy Hay. La band incise alcuni demo, finanziati dalla casa discografica EMI, che però non ne rimase molto soddisfatta e non propose alcun ingaggio. A mettere sotto contratto la band in Gran Bretagna fu poco dopo un'etichetta della EMI, la Virgin, la quale, all'epoca assente dal mercato statunitense, li affidò a un'altra etichetta, la Epic, molto attiva negli Stati Uniti. Dal primo album dei Culture Club, Kissing to Be Clever del 82, fu estratto il primo singolo, “White Boy”. Intelligente brano pop, basato su un ritmo altamente percussivo edai richiami tribali, il 45 giri non riuscì comunque a raggiungere le posizioni più alte delle classifiche, fermandosi al Numero 110 in Gran Bretagna. George rimase tuttavia contento del fatto che come da lui dichiarato "5000 persone avevano comprato la sua canzone senza neanche conoscerlo". Anche il singolo successivo, “I'm Afraid of Me”, dal sound caraibico e un testo definito, nel migliore dei casi, al limite della paranoia, non riuscì a decollare, raggiungendo appena il Numero 100 nel Regno Unito e fallendo anche sulle emittenti radiofoniche. A questo punto, i Culture Club avevano già costruito una solida base di fans e sui muri di Londra comparivano sempre più spesso graffiti che inneggiavano al gruppo, tutto ciò di cui avevano bisogno era il disco giusto. Il terzo singolo, “Do You Really Want to Hurt Me”, brano con influenze reggae, scalò tutte le classifiche della BBC verso la fine del 82 e diventò, sùbito dopo l'uscita sul mercato, un enorme successo internazionale, raggiungendo la prima posizione in una dozzina di paesi, tra cui il Regno Unito, e il Numero 2 negli Stati Uniti.Il singolo seguente, “Time (Clock of the Heart)”, caratterizzato dalla voce calda di George, inserita su un groove R&B, rappresentò una vera e propria svolta soul, fortemente voluta e ispirata da Roy Hay, divenne un grande successo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, mentre “I'll Tumble 4 Ya”, di nuovo da Kissing to Be Clever, raggiunse, in una versione più lunga e remixata, la Top Ten in America, senza però uscire in Gran Bretagna. Grazie a quest'ultimo singolo statunitense, i Culture Club furono il primo gruppo, dopo i leggendari Beatles, ad avere 4 singoli in classifica tutti tratti dall'album di debutto.L'album d'esordio vendette 2 milioni di copie al momento della pubblicazione. Unico nel suo modo eccentrico di vestirsi e per il look androgino, Boy George divenne una celebrità di livello mondiale e uno dei preferiti dell'allora nascente network musicale MTV. Anche il loro secondo album, Colour by Numbers del 83, ebbe un ottimo esito commerciale. Il primo singolo, Church of the Poison Mind, che anticipava il 33 giri di diversi mesi e vedeva la partecipazione vocale a tutto campo di Helen Terry, raggiunse il Numero 2 nel Regno Unito e la Top Ten negli Stati Uniti. Il secondo singolo, Karma Chameleon, regalò al gruppo la sua seconda Numero Uno nel Regno Unito e la prima negli Stati Uniti, ottenendo un successo internazionale di proporzioni gigantesche e diventando uno dei brani più celebri del decennio. L'album continuò a fornire altri singoli di successo, quali Miss Me Blind, It's a Miracle e la ballade Victims, da molti considerata il capolavoro assoluto del gruppo.L'album vendette oltre 4 milioni di copie negli Stati Uniti all'epoca della pubblicazione, per un totale mondiale di quasi 5 milioni di copie, ma all'interno del gruppo ebbero inizio i primi guai. All'insaputa del pubblico, e addirittura di Craig ed Hay, eorge aveva intrapreso una relazione sentimentale con il batterista Jon Moss. Il rapporto, che durerà più di quattro anni, era spesso turbolento e la pressione per tenerlo nascosto al pubblico e al resto della band inizia a far sentire il suo peso. In questo periodo, George aveva incominciato a fare uso di droghe e il gruppo iniziò a perdere il posto che si era guadagnato in campo musicale. L'album successivo, “Waking Up with the House on Fire” del 84, si rivelò una mezza delusione, ottenendo soltanto il disco d'oro. Incapace di raggiungere il livello di successo conquistato dai due album precedenti, l'LP produsse un solo singolo di grande successo, “The War Song”, e un moderato successo con il terzo singolo, “Mistake No. 3”. Accompagnato da un video coloratissimo e per certi versi eccessivo, nonostante la sua indiscutibile bellezza visiva, quest'ultimo brano è una delle ballade più intense dei Culture Club e fu considerato dal collega George Michael come il pezzo migliore di un disco generalmente stroncato dalla critica. Dopo il flop del secondo singolo, “The Medal Song”, in Gran Bretagna, fu cancellata l'uscita del terzo 45 giri. Pubblicato invece negli Stati Uniti e in Giappone, in alcuni paesi europei e in altre parti del mondo, Mistake No. 3 andò un po' meglio del precedente, ma nel corso dei due anni successivi il gruppo uscì gradualmente dall'attenzione del pubblico e dei media.Il quarto album, “From Luxury to Heartache” dell’86, presentava una produzione musicale diversa e, per certi aspetti, qualitativamente superiore, producendo un singolo di successo, “Move Away”, e due flop, “God Thank You Woman in UK”, che non andò oltre la top 40, e “Gusto Blusto” il primo singolo dei Culture Club a non riuscire nemmeno ad entrare nella classifica americana. Secondo alcuni, l'insuccesso di quest'ultimo estratto sarebbe dovuto all'assenza di un video promo, ma le violente discussioni tra George e Jon, oltre alla sua dipendenza dal’ eroina, seguita a quella da cocaina, avevano creato troppa tensione nel gruppo, che si sciolse in quello stesso anno, con il tour promozionale appena iniziato. Anche il successivo arresto di George, ad opera della polizia londinese, per possesso di cannabis, creò un frenetico tam-tam nell'ambiente della stampa americana e inglese. George diede inizio alla sua carriera da solista nel 1987, con l'album Sold e 4 singoli estratti, tra cui la Numero 1 britannica ed europea Everything I Own, risultato da molti considerato come un voto di simpatia popolare, e ottenne poi un successo minore con un brano inserito nella colonna sonora del film Hiding Out, intitolato “Live My Life”, che raggiunse la posizione numero 40 negli Stati Uniti. George riuscì a vincere la sua dipendenza dalle droghe, continuando a mietere vari successi in Europa, prima di entrare nella Top 20 americana, nel 92, con un'altra colonna sonora, il brano “The Crying Game”, che dava il titolo originale in inglese al film noto in Italia come La moglie del soldato.George ha affermato, nella sua prima autobiografia, “Take It Like a Man” del 95, che le canzoni che scriveva mentre faceva parte dei Culture Club erano tutti messaggi, molto sentiti, diretti a Jon, che, attualmente sposato e con prole, all'epoca non era dichiaratamente gay e aveva anche partner di sesso femminile. Moss si rifiutava di rendere pubblica la relazione tra lui e George, e i testi delle canzoni di quest'ultimo rappresentavano il dolore che provava lo stesso George. Dopo un primo e prematuro tentativo fallito nel 88, esattamente dieci anni dopo, nel 98, il gruppo decise di mettere da parte le questioni personali riunendosi per una tournée. Incominciata con una performance di reunion per VH1 Storytellers, il tour riscosse un enorme successo, tanto da portare, in quello stesso anno, alla pubblicazione di un doppio album, intitolato appunto Greatest Moments - VH1 Storytellers Live. L'anno dopo, i Culture Club registrarono un nuovo album, il quinto della loro discografia, intitolato “Don't Mind If I Do”.
14m 3s · Jan 23, 2021
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